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Nelle
attività artistiche sono portato a considerare il problema dei
mezzi, e dunque della tecnologia, qualora lo scopo sia espressivo, soltanto
formalmente collegato alla realizzazione del risultato: sulla base della
decriptazione della esigenza espressiva e degli strumenti e forme usate
per la sua veicolazione, si riesce a percepire, a sentire,
la riuscita e la congruenza di un lavoro artistico. Dovremmo peraltro
essere ormai abituati, da tutto un secolo di sperimentazione, a fare
i conti con tecniche e prassi espressive, che spazino dall'utilizzo
di tecnologie più o meno elaborate e mirabolanti fino alla ostinata
rinuncia ad ogni utilizzo di queste (che poi però rientrano in
ballo quando si devono produrre materiali di documentazione..., ma questo
è un altro problema). L'uomo, e così dunque l'artista,
adopera, se vuole, le tecnologie che il mondo gli mette a disposizione,
e le usa al meglio, nell'intento di trovare una forma, un segno, che
realizzi la sua urgenza espressiva. Quanto detto può risultare
un po semplicista, ma, comunque, è solo il preambolo.
Vorrei invece proporre come oggetto di riflessione la situazione nella
quale non ci sia, alla base del rapporto artista-uomo/tecnologia - e
cioè, in questo caso, nella progettazione di un'opera legata
allutilizzo di particolari tecnologie -, l'urgenza espressiva.
Come può accadere? ad esempio, se l'artista, piuttosto che cercare
il mezzo adeguato per esprimere il suo mondo, cercasse di capire e di
esprimere il mezzo stesso, le sue potenzialità poetiche. Capire
ed esprimere il mezzo stesso significa principalmente non usarlo,
ma essere in un certo senso, da lui usati: non voglio veicolare, attraverso
e grazie allo strumento tecnologico, miei mondi ma voglio creare un
processo che operi con finalità estetiche e che nel contempo
realizzi le peculiarità che il mezzo permette: ora noi tutti
sentiamo che le nuove tecnologie (digitali, informatiche e soprattutto
telematiche) hanno cambiato il nostro modo di percepire il mondo. Attraverso
di esse siamo immersi costantemente in un flusso comunicazionale ed
informativo quasi ininterrotto, nel quale i tempi e gli spazi hanno
assunto modi di essere per ognuno diversi, nel quale noi tutti siamo
quelli che trattengono, rielaborano, collegano in modo indipendente
e diffondono con facilità le informazioni ottenute in forma sempre
meno lineare, quasi pseudocasuale, e comunque continua.
Comunicare è diventato un modo di diffondere informazione e dialogare
sganciato dalle rituallità sociali che lo hanno fino a poco tempo
fa caratterizzato: la peculiarità delle nuove tecnologie è
quella di soggettivizzare i tempi e gli spazi della comunicazione.
Tutto questo creerà ritualità diverse proprie di una società
che ha la possibilità di essere sempre più virtuale.
Dunque tornando allipotesi espressa poco fa, il mondo che il mezzo
tecnologico veicola sarà... o potrebbe essere -, nel caso in
esame... proprio quello del fruitore, di quello che siamo portati a
considerare lanello ultimo della catena.
Il fruitore di un'opera è rispetto allautore - più
nudo e solo nel suo rapporto con la tecnologia che veicola l'opera stessa:
come fruitori-spettatori non siamo stati abituati ad assumerci responsabilità
sulla nostra percezione quanto piuttosto a non tradire le richieste
dell'autore. In un certo senso il fruitore subisce le forme della tecnologia
usata ed è finora sempre stato poco incline a forzarle a suo
uso, ad appropriarsi dei parametri della sua "modalità di
fruizione".
L'utilizzo delle tecnologie digitali, e soprattutto la rete, e quindi
la webart, ha dato e sta dando la possibilità di sperimentare
radicali cambiamenti nel pensare i modi di percepire l'arte: la rivoluzione
più grande, a mio parere, sta nel ruolo che il fruitore si trova
a poter occupare allinterno dell'opera stessa. Il fruitore (di
arte e di teatro) ha la possibilità di gestire indifferentemente
a lungo nel tempo la sua fruizione: e non solo questa può avvenire
in tutti i momenti, ma anche in tutti i luoghi. E' possibile una assoluta
libertà di fruizione. I riti della fruizione diventano individuali
e si conformano ai ritmi della vita e del gusto estetico temporale del
fruitore. Costruire un lavoro interattivo nel quale si costringe il
fruitore a muoversi cliccando col mouse sullo schermo all'interno di
un labirinto, per quanto complicato, pur sempre chiuso (con possibilità
limitate e comunque predeterminate dall'autore), non realizza certo
il senso legittimo di questa nuova multimedialità possibile.
Così come avere la opportunità di far contrarre (ad esempio)
il corpo di Stelarc o Antunez Roca sempre attraverso il tocco della
nostra "mano calda" su di un mouse è ben al di sotto
di quanto le nostre tecnologie hanno la possibilità di esprimere.
Il fruitore (che sia "spettatore" o "attivo") non
è più da considerarsi solo come l'utente terminale dell'opera,
egli può "rimettere in circolo informazione" e dunque
creare "nuova informazione", e può far questo nella
misura in cui egli manipola il materiale che ha a disposizione (attenzione:
sto usando il termine manipolare, a dispetto della sua etimologia, significando
un processo di elaborazione anche mentale), lo miscela con altri, ne
dispiega la fruizione nel tempo e nello spazio, fino a creare un nuovo
senso.
La macchina della produzione artistica/estetica acquista un elemento
in più inerente al suo funzionamento: lo spettatore esistenzialmente
slanciato in una nuova condizione nella quale può gestire i tempi,
i riti, gli spazi ed anche i contenuti - e dunque la complessità
e profondità del suo intervento che è un intervento per
se stesso, per la sua vita, nel quale entrano in gioco anche i contenuti
che lui stesso apporta. Abbiamo uno spettatore esistenzialmente nuovo,
che è responsabile, allo stesso modo dell'autore, dell'"utilizzo
estetico" dei materiali diffusi.
Esprimere la rete e svilupparne le potenzialità poetiche significa,
secondo me, concepire una macchina di produzione di senso, che produca
una sorta di senso virtuale, il cui attivatore, peraltro
parziale, sarà il fruitore: egli stesso avendo la possibilità
di gestire l'opera ed i suoi materiali ha anche quella di attribuire
senso e significato all'opera stessa inserendola nei contesti della
sua vita, dei suoi ritmi e della sua personale ricerca, rielaborandone,
ed allo stesso tempo rimettendo in sharing, i contenuti.
Mi viene però da chiedermi: ma non è sempre stato così?
Quello che abbiamo chiamato fruitore e che prima era spettatore non
ha sempre rielaborato nel suo cuore e nella sua mente il lavoro dellartista?
Questo è precisamente vero, ma le nuove tecnologie
ribaltano i ruoli: lautore consapevole che lattribuzione
di senso può essergli estranea, il fruitore libero e conscio
della propria attiva responsabilità estetica.
FRANCESCO MICHI
ecologia acustica
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